domenica 7 febbraio 2010

domenica.

Il mio pensiero di oggi, domenica 7 febbraio, è questo: la speranza e insieme la paura che tutto rimanga uguale a se stesso. Mi chiedo se capirete questa frase. Non perché non siate intelligenti, anzi. Piuttosto per l'oscurità della frase stessa. Per il fatto che non sempre riesco a esprimere ciò che realmente ho pensato. Mah. Chissà che esiti avrà tutto questo melanconico ragionare sulla vita. E poi ho pensato: ok, quando compio trentanni, smetto di pensarci, alla vita, e inizio a viverla davvero. Non mi sembra né troppo tardi né troppo presto. Poi non so, ditemi voi.

(p.s. questo è quello che succede nei giorni di riposo. Capirete bene allora perché io abbia davvero necessità di un lavoro chiaro e preciso come dataentry).

sabato 6 febbraio 2010

sabato.

Ieri una nevicata poderosa ci teneva in scacco matto. Oggi un sole altissimo e luminoso ha risvegliato Torino prima del solito. La settimana è andata. Mi sono svegliata alle 9.10. E ho bevuto il mio solito caffè freddo di ieri sera. Ripensavo ai giorni passati. Uno dopo l'altro senza pause. In questo momento vorrei essere su un elicottero e guardare la città dall'alto!

venerdì 5 febbraio 2010

venerdì.

Se non mi concentro un po', tutto rischia di scorrere via dalla memoria come un vestito vecchio. E invece voglio ricordare questa mattinata qualunque. Mi sono svegliata di soprassalto alle 8.15. In ritardo, di corsa, trangugiando in piedi un Pan di Stelle e mezza tazzina di caffè freddo, gelido. La neve scendeva piano ma costante, nulla a che vedere, comunque, con la bufera del pomeriggio. Camminavo quasi con gli occhi chiusi, per il sonno. Il sonno mi accompagnava come un fantasma, come un mantello. Non ho incontrato nessuno. Tranne un tizio che camminava come una papera. Portava un cappello da Paperoga. Aveva il muso appuntito come un becco. L'ho soprannominato Raffaele.
Ascensore, reception, porta. Nome numero uno: Raffaele. Raffaele da Paperopoli!

E ora che sono qui a raccogliere i cocci della giornata. E ora che sono qui a ricominciare tutto daccapo. Vi auguro buon fine settimana. Vi auguro di riposare e svegliarvi lunedì mattina di buonumore.

giovedì 4 febbraio 2010

giovedì.

Quando mi tocca fare la doccia al mattino, è dura. E dire che è una mia scelta. La sera la doccia non mi piace. Mi sembra di "rovinare" un buon lavoro fatto. Tutta quella cura nell'asciugarmi i capelli: distrutta da sette ore intensive di cuscino! Quindi questa mattina, prima ho preparato il caffè e poi sotto la doccia. Sono uscita a testa bassa, perché il freddo e il grigio picchiavano forte, non riuscivo quasi a tenere gli occhi aperti. Il cielo era una nuvola di fumo. Nel tragitto ho visto una ragazza che piangeva. Questo capita di frequente a Torino. Le ragazze piangono. Si mettono le cuffiette, si arrotolano la sciarpa al collo. E piangono mentre camminano per strada. Cerco sempre di guardarle negli occhi, per dimostrare la mia solidarietà, per farle uscire per un secondo dalla solitudine di quel gesto disperato che è piangere camminando per strada di prima mattina. E così ho fatto con questa ragazza. Che ho soprannominato Daniela. Lei ha ricambiato lo sguardo, facendo no con la testa. Come per dire: no no, non è poi così grave. Oppure: no, no, non puoi capire perché io stia piangendo in questo modo.
In ogni caso, sono arrivata alla mia postazione. Ascensore, reception, porta. Il primo nome che ho inserito questa mattina, scritto con una calligrafia sicura ma ancora giovane, sporcato dentro l'alone di una goccia che poteva benissimo essere una lacrima ormai asciutta, per una strana coincidenza, era proprio: Daniela.

mercoledì 3 febbraio 2010

mercoledì.

Ho una nuova sveglietta che mi ha regalato il mio fidanzato. Piccola, argentata, ovale. Mi piace molto. Solo che devo imparara ancora a conoscerla. Il suo squillo è delicato, sembra più un cinguettio. E così: non l'ho sentita! Alle 8.20, con un occhio solo aperto, mi sono scaraventata giù dal letto. La luce era quella di un giorno di primavera piena. I gradi invece quelli di un igloo. Ho salutato una famiglia di pinguini che faceva colazione con Pan di Stelle e latte biologico sul nostro tavolo. E sono uscita via fuori di casa. Ho preso il pullman. A digiuno, con due tazzine di caffè freddo in circolazione. Mi girava un po' la testa. Nel tragitto verso il lavoro ho incontrato una ragazza che vedo spesso nel quartiere. Non la conosco ma l'ho soprannominata Eleonora. Lei ha degli occhiali gialli e un cappotto rosso. Spinge una carrozzina. Immagino che quello che c'è dentro sia il suo bambino. Eleonora ha lo sguardo rivolto a un suo orizzonte lontano. Non ho ancora capito se è molto malinconica o molto felice. Penso la seconda ipotesi. Alla mia postazione sono arrivata un po' di corsa. Che coincidenza: il primo nome che ho inserito è stato proprio: Eleonora.

martedì 2 febbraio 2010

martedì.

La sveglia-cellulare che squilla alle 7.30. Ma io sognavo di essere al mare, sotto quelle specie di mini-tende che si vedono in spiaggia e la gente usa come ombrelloni. Quindi alle 8.00 suonate mi sono scaraventata giù dal letto. Una tazzina e mezza di caffè freddo avanzato da ieri. E via fuori. Al gelo colorato di celeste. Una luce che proveniva da un altro pianeta copriva la città come un'invisibile coperta. Il freddo mi pungeva la faccia e mi piaceva il pensiero di avere i capelli puliti. Prima di arrivare in qualsiasi luogo, mi sento agitata. Molto agitata o poco agitata. Ma la costante dell'agitazione non mi abbandona mai. Ascensore, reception, porta. Saluto tutti e proseguo il lavoro di ieri. I miei dati da inserire, le mie cose da fare. Pensavo che si può voler bene anche a un foglio di carta o a una pinzatrice. Ma questo è un pensiero da capire, può durare anche solo un secondo, riscritto più tardi rischia di apparire buffo o insignificante. Spero che voi che leggete ora abbiate compreso cosa intendo. Il primo nome che inserisco oggi è: Maria. Un nome da mamma. Il nome di mia madre. Dalla calligrafia delle persone, si può capire come si sentivano nel momento in cui scrivevano. Questa Maria mi pare tranquilla e precisa. Inserisco volentieri il suo nome. Come vi dicevo, ero un po' agitata stamattina. E poi invece il nome di Maria mi ha sollevata, come una caramella di zucchero. Alla pausa caffè ero di nuovo allegra. E pensavo: vorrei cucinare dei biscotti. Ma buoni, questa volta. Non come i miei soliti, che sanno troppo di burro.

lunedì 1 febbraio 2010

lunedì.

La sveglia-cellulare che suona alle 7.30. Almeno oggi, volevo fare tutto con calma. Mi sono tirata giù dal letto seguendo il raggio di sole che filtrava giallo dalle persiane. Mi sono diretta subito in cucina a preparare il caffè. L'ho aspettato leggendo la Stampa. Sentivo la vita rinascermi nelle ossa. Il cielo di oggi, 1/2/2010, aveva tutto l'aspetto del giorno uno di qualcosa. Azzurro, giallo, bianco.
Nel tragitto una donna mi ha salutata, senza conoscermi. Mi ha proprio sorriso. Mi ha confusa con qualcun'altra, ma l'ho preso come un buongiorno-che-si-vede-dal-mattino.
Tutta la strada era rimasta più o meno uguale. Ascensore, reception, porta. Non ho colleghi nel senso stretto del termine, ma divido la stanza con tre persone, più una al di là di un vetro. Sono persone educate e gentili. Le sento lavorare, ascolto i loro flussi di lavoro, i loro discorsi. Mi piace la loro compagnia. La loro discrezione. Condividiamo la pausa caffè, mi sento a mio agio con loro. E i loro volti mi mancavano davvero.
Comunque rieccomi alla mia postazione.
La sedia è comoda, la luce travolge l'ufficio. Vedo le montagne e la mia mente inizia a volare come Sebastian sul Fortunadrago.